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venerdì 1 novembre 2013

IDENTI...CHì?

Immaginate Facebook come una grande (grandissima) arena, con due ingressi. Da una parte si entra, dall'altra si esce: ecco, teoricamente ci sarebbe la fila per entrare, ma è pur vero che dall'altra parte della barricata il tornello di uscita ogni tanto si muove. Insomma, c'è chi per un motivo o per un altro abbandona il vostro social network preferito: strano ma vero. Eppure, stando all'ultimo resoconto dei risultati economici e statistici di Facebook vien fuori che sempre più adolescenti e ragazzi abbandonano questo social network in favore probabilmente di Twitter o più semplicemente di una vita meno soci(digit)al, anche se tutto questo non frena FB dall'ottenere una montagna di utili derivanti dallo sfruttamento dei suoi dati a vari livelli. C'è però un dato che fa riflettere: secondo uno studio effettuato su una rivista scientifica, il profilo dell'utente medio che abbandona Facebook è maschio e ha circa trent'anni (31, a dire il vero), e lo fa perché ha a cuore la propria privacy. Come interpretare questo dato? Entrare negli enta significa di punto in bianco metter su giudizio? Possibile, ma è anche possibile ricollegare questo dato alla storia della Rete. Chi ha trent'anni o giù di lì è probabilmente cresciuto con un altro concetto di Internet, fatto di connessioni lente e conversazioni non identitarie, dove non bisognava per forza doversi connettere con il proprio mondo ma connettersi ad un mondo potenzialmente più ampio, meno legato da concetti di network a tutti i costi, forse un tantinello più coscienzioso. Insomma, una Rete fatta di "pericolosi" cibi e di un po' di sana diffidenza nei confronti di ciò che c'era dall'altra parte dello schermo. Magari non è così, però dopo aver provato l'esperienza della vicinanza digitale a tutti i costi, alcuni di loro son voluti tornare non dico agli albori, ma ad una condizione che hanno già sperimentato e che magari così male non è. Ecco, magari non è così: toccherebbe chiedere a chi gli enta li ha davvero sulle spalle...

lunedì 15 luglio 2013

L'AMMINISTRAZIONE? PUBBLICA (SOLO IN BACHECA)

Il problema - se così lo si vuol definire - è arrivare a presentare i risultati di uno studio relativo alla presenza degli enti amministrativi su Facebook. Che, beninteso, non è affatto un problema, nel senso che queste iniziative sono sempre lodevoli: nell'ottica dell'istituzione al servizio del cittadino e nella prospettiva della trasparenza degli organismi statali, ben vengano queste analisi, sempre. Il punto è capire perché si arrivi a dover considerare Facebook come interfaccia principe nel rapporto tra utenti e istituzioni. Il lavoro è fatto benissimo e si può intuire come Comuni, Province e Regioni siano presenti o meno sul vostro social network preferito e che tipo di interazione o attività svolgano; d'altronde, la cronaca ha già presentato casi in cui amministratori comunali facciano di Facebook una sorta di attività obbligatoria che rientra nelle mansioni civiche, o di bacheche digitali utilizzate per segnalare disservizi e mancanze. Ma in un paese dall'età media abbastanza elevata e un numero rilevante di tardivi digitali, e soprattutto in un paese in cui l'iscrizione a Facebook non è (ancora?) obbligatoria, come può un'analisi del genere spiegare davvero la rappresentatività dello Stato e il suo rapporto con il dêmos? Perché non scoprire la presenza (o assenza, fate voi) di siti istituzionali e la loro frequenza di aggiornamento, di trasparenza dei dati, di risposta alle richieste del cittadino? Perché non analizzare come i social network possano essere un'ottima integrazione agli strumenti "liberi" e ufficiali, e non unici veicoli di informazione? Ecco, con queste variabili si potrebbe avere un quadro più completo del processo di digitalizzazione - siamo pur sempre nel 2013, eh! - e di interazione con l'utenza non-solo-virtuale: ai cittadini piace (anche) così, e non parliamo di like virtuali.

giovedì 28 febbraio 2013

AL-DI-LA' DELLA TERZA ETA'

Esiste un limite d'età per iscriversi al vostro social network preferito, e tale barriera è stabilita probabilmente per preservare o quantomeno per non esporre a determinati rischi una fetta di utenza molto sensibile, ossia quella dei bambini e primi adolescenti. Che poi tale limite sia facilmente aggirabile attraverso la comunicazione di una data di nascita falsa, beh, questo è un problema le cui colpe forse sono da cercare non solo nel ragazzino "ansioso" di voler essere iscritto a tutti i costi a FB, ma altrove. Lo stesso problema, tuttavia, attanaglia un'altra fascia di età particolare, quella degli ultracentenari. Non credo che questi siano i casi in cui serva il permesso dei genitori per l'iscrizione, fatto sta che se si è oltre gli anta, anzi i (c)ento tecnicamente non v'è la possibilità di poter dichiarare la propria età reale. O meglio, non v'era tale possibilità fino a che una arzilla signora, evidentemente desiderosa anch'ella di dire la sua sugli ultimi risultati elettorali italiani (anche se è statunitense: ok, era per dire), ha inoltrato richiesta formale agli uffici di Facebook affinché nel menu a tendina dell'anno di nascita comparisse anche il suo bel millenovecentootto (!). Detto, fatto: (bis)nonna-FB è ora lieta di poter intrattenere conversazioni con i suoi amici - ammesso che siano ancora su questa terra, beninteso - e di poter dichiarare tutte le sue primavere alle spalle.
E non pensiate che si parli di un caso isolato: non saranno tutti ultracentenari, ma la terza età si fa sempre più digitale. Siamo un paese (di e per) vecchi, e lo dimostra anche l'aumento di iscrizioni delle persone diversamente giovani. Ci si attende anche un boom di iscrizioni dopo la pubblicazione di uno studio che afferma che gli over 65 iscritti a Facebook possono vantare un aumento delle capacità cognitive del 25%. I motivi alla base di questa evoluzione neurale sono da riscontrarsi nella capacità degli iscritti di intrattenere relazioni che altrimenti non avrebbero: insomma, pare che Facebook possa sostituire a tutti gli effetti la visita domenicale dei nipoti all'ospizio. E se alla fine dovremo fare un po' tutti i conti con il logout da questa Terra non preoccupatevi: la vostra eredità digitale è già scritta, e il sostituto pronto per fare le vostre veci. Già, perché esistono un paio di servizi Web per far sì che le vostre bacheche siano per sempre: con DeadSocial si potranno scrivere le ultime volontà digitali e pubblicarle solo dopo la propria ehm, dipartita sui principali social network. Ma lo strumento forse più inquietante è LivesOn, ossia un sistema che impara dai vostri status update e tweet il vostro stile sintattico & lessicale nonché i vostri gusti, preferenze e like per continuare a postare e cinguettare anche dopo il proprio ehm, trapasso. Insomma, non c'è più neanche l'autenticità di poter dire la faccio finita, perché un sistema automatico potrebbe continuare a messaggiare per conto nostro: chissà che cosa penserà a riguardo l'arzilla signora ultracentenaria. Si potrebbe scriverle via Facebook, sperando che la risposta sia davvero la sua. Sapete, gli scherzi dell'età...

mercoledì 23 gennaio 2013

MAGRA (IN)FELICITA'

I social network condizionano (e tanto) le persone, vuoi dal punto di vista delle abitudini, vuoi dal punto di vista comportamentale e caratteriale. Niente di più vero, ma occorre aggiungere che social diversi sortiscono effetti (apparentemente) diversi. Sono sempre i soliti studi scientifici a fornirci risultati più o meno condivisibili: ancora una volta i due luoghi di perdizione digitali preferiti, al secolo Facebook e Twitter, sono in competizione fra loro per le conseguenze psico-fisiche che generano sui propri utenti.
Partiamo dal vostro social network preferito: da una ricerca condotta da due università tedesche si evince che Facebook sia il posto perfetto per far maturare la propria infelicità e far crescere a dismisura quel gran peccato capitale che è l'invidia. Il motivo? Gli utenti tendono a confrontarsi con ciò che fanno i propri amici e, vedendo che la loro situazione è "sempre" meglio della propria, cadono in uno stato di infelicità o provano invidia nei confronti delle altrui bacheche. Considerando che Facebook è (sarebbe) anche il posto giusto per alterare (pericolosamente, pare) la propria autostima, direi che il profilo psichiatrico dell'utente medio è bello che delineato.
Ma veniamo alle buone notizie: se su Facebook si piange, su Twitter le cose andrebbero ben diversamente. Udite udite: a furia di tweet si perde peso. Detto così saremmo tutti quanti a cinguettare furiosamente, pensando che l'azione di postare un pensiero da 140 caratteri possa portare a tirar giù qualche chiletto. In realtà non è proprio così, poiché tutto è dipeso da ciò che rappresenta il social network, e non da quel che effettivamente è. In uno studio effettuato su pazienti sovrappeso un gruppo aveva a disposizione anche la possibilità di rendicontare al mondo di follower i frutti dei propri sforzi in fatto di buona alimentazione: ebbene, questi soggetti hanno dimostrato un calo di peso superiore ai colleghi che non pubblicavano tweet sul proprio stato di salute. 0,5% di peso in meno ogni 10 tweet: sembra la nuova formula di una televendita, invece è solo la dimostrazione che anche nel mondo digitale dover apparire conta più del dover essere.

mercoledì 16 gennaio 2013

OUT OF CONTROL*

Smania da like? Avete appena postato un commento o un giudizio sulla vostra bacheca e siete lì a vedere in continuazione chi (e quando) ha visualizzato il vostro pensiero? Non collezionate nulla se non i mi piace sotto ogni post (per poi magari pagarne le conseguenze)? Oltre ad essere gli utenti medi di Facebook, sappiate che state perdendo il vostro senso dell'autocontrollo e alterando irrimediabilmente la vostra autostima, il che può avere delle serie ripercussioni sulla vita, quella vera. Ah, ovviamente tutto ciò è "sancito" dall'ennesimo studio, effettuato stavolta dall'Università di Pittsburgh, USA. Solita trafila: utenti monitorati (no, non da Facebook - per quanto....-, nel senso analizzati dai ricercatori per lo studio in questione) e reazioni e dati incrociati con diverse personalità e stili di vita. Insomma, il risultato parla abbastanza chiaro: il like altera i comportamenti e genera una certa dipendenza, ma questa non è certo una novità, in fondo. L'alternativa? Beh, una volta entrato nel circolo è difficile starne fuori: c'è chi ci riesce, magari alternando momenti on ad altri off, per scoprire che nel secondo caso poi non si sta male. E no, questo non è forzatamente patologico...

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venerdì 11 gennaio 2013

RETIS SOCIALIS*

In fondo l'ambiente è sempre lo stesso, solo qualche anno indietro. Ormai lo sanno anche i sassi che Mr. Facebook ha partorito l'idea del vostro social network preferito all'interno delle mura dell'Università di Harvard: evidentemente è proprio il terreno accademico (con le dovute eccezioni...) ad essere un ambiente dinamico per fare rete, e non pensiate che prima di Facebook ci fosse il nulla. Anzi, tutto il contrario.
Uno studio multi-universitario sulle prime Accademie dal XVI al XVIII secolo ha fatto emergere il lato inaspettatamente social di questi poli del sapere: nonostante le difficoltà spazio-temporali oggettive tra le Università (all'epoca non esisteva Internet, eh) il concetto di rete intellettuale era una solida realtà, per cui si può dire che i social network sono stati creati almeno cinquecento anni fa. E tra i risultati ottenuti dallo studio si sottolinea anche il carattere faceto di alcune comunicazioni tra professoroni: insomma, non solo scambio intellettuale, ma anche spiritoso e più "leggero". Insomma, il codex facierum non è nulla di nuovo: Mr. Facebook deve ringraziare il fatto che nessuno del passato gli possa più reclamare i diritti d'invenzione...

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mercoledì 18 luglio 2012

SOCIAL A PIACIMENTO

Premessa: i social network piacciono a tutti. Svolgimento: non è vero, non piacciono a tutti. Conclusione: quelli a cui piacciono in realtà non gradiscono tantissimo i social network.

Tema intricato, quello dei social. Prendete Facebook (uno a caso): apparentemente senza rivali, ma allo stesso tempo non il miglior sito nel suo genere, a detta almeno degli stessi utenti che navigano e navigano sulle sue pagine. Già due anni fa esatti si è parlato del grado di soddisfazione del vostro social network preferito da parte degli iscritti, e - sorpresa sorpresa - Facebook è risultato ben al di sotto di altri giganti come motori di ricerca, enciclopedie online e variegati siti di intrattenimento. A distanza di oltre settecento giorni la musica non cambia: vero, aumentano gli iscritti, il dominio e la potenza di FB non sono apparentemente in discussione, ma il nuovo studio sul gradimento di social network e affini lo "condanna" ancora, con risultati addirittura peggiori. E, beffa delle beffe, il tanto bistrattato Google +, sebbene (molto) meno frequentato risulta più gradito, forse per via del grado di minor invadenza di pubblicità e affini, o solo perché si trova meno gente di quella che si è spesso costretti ad incrociare virtualmente. Insomma, ancora una volta i numeri non dicono tutto, ma dicono qualcosa. Basta leggere tra le righe, anzi tra le cifre.

domenica 15 luglio 2012

L'ANSIA CHE AVANZA

Che Facebook possa essere considerata una vera e propria malattia del nuovo millennio non ci piove, e sono state dette tante parole sull'argomento (qualche esempio dipanato negli anni: qui, qui, qui, ma l'elenco è abbastanza lungo).Tanti sono gli studi che certificano in maniera più o meno scientifica che il vostro social network preferito genera una certa dipendenza: d'accordo, genericamente si può parlare di vera e propria dipendenza da Internet, ma è chiaro che non è un caso se molti di questi studi - e relativi articoli pubblicati - vadano a puntare dritto su social e dintorni. Uno studio condotto da Anxiety UK (wow, che URL) rivela che effettivamente FB e compagni possono generare uno stato d'ansia derivato da un desiderio spasmodico di sapere se sono arrivati aggiornamenti in bacheca o se è arrivato il tanto agognato like ad un nostro post. Cocaina elettronica viene definita, perché la "dose" quotidiana di connessione, in fondo, non si nega a nessuno. Poi arrivano i "negazionisti": neanche a farlo apposta, quasi contemporaneamente arriva il resoconto di un altro studio (stavolta statunitense) a stabilire che Facebook non provoca ansia, o almeno non ci sono elementi sufficienti a stabilirlo. E poi ci sono i "totalitaristi", quelli che vedono l'intera Rete come trappolone da pazzia e ansia collettiva senza la quale ci sentiremmo completamente persi e senza una meta. Insomma, ad ogni decennio la sua malattia, vuoi una organica, vuoi una più psicologica. Il problema qui è che basterebbe staccare solo ogni tanto la spina o la batteria, non solo metaforicamente: evidentemente, per molti, un passo troppo grande da fare.

domenica 17 giugno 2012

MESSAGGI AUTO...MATICI

I social network sono ormai parte integrante della vita odierna. Pensate a quante volte ci sia occasione di sbirciare la propria bacheca o di scrivere un tweet: in attesa del turno alla posta, mentre camminate oppure quando siete in macchina. Già, perché si passa molto tempo nella propria auto, soprattutto nelle grandi città: dunque come non ottimizzare questo tempo conciliando tecnologia e motori? In realtà per anni si è parlato (e si parla) del pericolo derivante dall'uso degli SMS durante la guida, pratica questa abbastanza pericolosa. Ma i "vecchi" messaggi sono superati: con gli smartphone si parla dell'epoca degli status update, quindi le case automobilistiche hanno già messo gli occhi sull'integrazione tra Facebook e auto. Già qualche tempo fa si parlava di un sistema in grado di postare i propri messaggi direttamente dall'auto: ora si va oltre, visto che si può parlare addirittura al telefono (nel senso che non si parla tramite il telefono, ma ci si indirizza al telefono stesso) per ottenere indicazioni e perché no, anche i "vitali" aggiornamenti dei social. Facebook in macchina è il nuovo passo  delle industrie automobilistiche? Forse sì, ma pare che la cosa non sarà così apprezzata, visto che da uno studio emerge il fatto che l'integrazione nativa di FB nei cruscotti delle auto non risulti di fondamentale importanza, visto il pericolo distrazione e visto che i guidatori preferirebbero ricevere informazioni più utili come aggiornamenti sulla viabilità e sulle condizioni meteo. Insomma, più sostanza e meno gossip. Facebook dovrà riprovare quando le macchine guideranno da sole: c'è ancora tanta strada da fare, e per ora vince l'attenzione alla strada.

venerdì 18 maggio 2012

POSTO "EGO" SUM

"Insieme come adrenalina e dopamina"

Un'altra stimata ricerca (dopo una delle tante precedenti) condotta dalla Harvard University ha stabilito - e ci voleva Harvard - che l'essere umano prova uno sfrenato piacere a parlar di sé sui social network, al punto che ad ogni "rilascio" di status update e tag ricevuto il cervello rilascia dopamina. Non è tutto: questo tipo di ego-goduria è verificata in percentuale doppia (80% contro 30-40%) sui social rispetto alla vita reale. Il problema è (anche) che questo tipo di ambienti porta ad un confronto continuo con modelli dell'io troppo perfetti, frutto spesso di assenza di verità dovuta all'eccesso di competizione da compilazione di profilo. Si finisce quindi spesso a dover forzare la mano, e a parlar troppo di se stessi alla fine si mente a se stessi, e questo è forse l'aspetto peggiore che nessuno studio potrà mai rilevare a fondo.

giovedì 15 marzo 2012

IL VALORE DELL'IMMAGINE

Il fatto che sempre più studi accademici facciano riferimento a Facebook per dare risposta ad una miriade di comportamenti umani (passando dalla psichiatria alla psicologia fino ad arrivare alla medicina e all'economia) fa capire l'importanza che sta assumendo il vostro social network preferito nella vita di tutti i giorni, oppure che direzioni stia prendendo la ricerca accademica (questo non mi è dato saperlo...). Partendo dal presupposto che non è detto che FB rappresenti il "vero" campione della razza umana ma è ormai un'eccellente base di dati da cui partire, lo studio che riporta Wired.it si concentra sul potenziale che suscitano i contenuti dei vari profili. Nello specifico, la tendenza è quella di ignorare i contenuti testuali - dunque ciò che si scrive, i propri pensieri e anche i propri status update - preferendo la forza delle immagini. In altre parole, la curiosità si accende alla vista di una foto del profilo, e quanto più questa è ambigua o oscura tanto più questa ci solleticherà la voglia di indagare maggiormente. Alla ricerca di altre foto, questo è abbastanza scontato.
D'altronde, perché puntare sulle frasi scritte in italiano corretto, così noiose? Meglio una bella foto in cui ci si mette in mostra. Certo, non ci voleva l'Università dell'Ohio per ribadire questo aspetto: Facebook ha solo accelerato un processo che un secolo fa Carl Jung definiva come archetipo, in cui la persona è l'immagine che si vuol dare agli altri. Solo un'immagine, appunto.

giovedì 8 marzo 2012

NUOVI CV

Mandare curriculum in giro? Oltre che (spesso) poco utile, è una pratica ormai vetusta. Basta scervellarsi con lettere motivazionali e formati europei (e le sue tabelle......) per cercar lavoro: il nuovo modo per presentare il proprio profilo è far controllare...il proprio profilo! Naturalmente quale miglior modo per capire praticamente tutto di un potenziale candidato ad una posizione lavorativa? Senza dubbio Facebook, perché può dire molto, ma molto di più di quel che può emergere da un colloquio faccia a faccia. Questo è ciò che sostiene l'ennesimo studio, nel quale si sottolinea come il vostro social network preferito serva come prima scrematura per la selezione dei candidati, visto che basta un'occhiata alle informazioni disponibili per farsi un'idea sommaria (magari giusta, magari anche no) di chi si avrà di fronte. E c'è di più: la tendenza statunitense è quella di obbligare i candidati ad "aprire" le proprie bacheche pubblicamente o a dover accettare forzatamente il (futuro) datore di lavoro per esercitare una sorta di controllo e dimostrare di non avere nulla da nascondere. Come se la presenza su FB fosse un obbligo vincolante. Nessuna menzione per i non iscritti: eppure esistono anche loro...

martedì 7 febbraio 2012

L'INUTIL QUARTO

Ogniqualvolta che si digitano contenuti online che finiscono sul Web si contribuisce ad aggiungere nella grande nuvola della Rete un frammento potenzialmente eterno di byte semantici. Il Web 2.0 e quello social poi hanno ulteriormente allargato la base di utenti in grado di contribuire a questo aumento, di fatto allargando ulteriormente la forbice tra contenuti "buoni" e quelli "cattivi". In altre parole: un backlink o uno status update possono avere utilità diverse, non solo per quanto riguarda la fruizione del contenuto, ma anche per ciò che riguarda l'oggettivo interesse che esso suscita. E pazienza se il trend vuole che sia il commento di ciò che si sta facendo in questo momento a suscitare più interesse rispetto ad un link che rimanda ad un contenuto più "serio" e che magari accende una discussione virtuale (e non) potenzialmente costruttiva: si sa, il Web oggi va così.
Oppure no: uno studio statunitense (citato da NFTS) indica che un quarto dei tweet che circolano in Rete è da considerarsi inutile (o non utile, fate voi). Questo vuol dire che un cinguettio su quattro dice cose che riempiono solo il Web e basta. Aggiungiamoci anche un sostanzioso 39% di messaggi neutri (non utili, non inutili) e il quadro che si delinea è abbastanza delineato e soggetto a conclusioni abbastanza nette.
In realtà Twitter e Facebook (solo per citare i due più grandi social) non sono identici, e magari uno studio sull'utilità dei contenuti che passano sul vostro social network preferito produrrebbe percentuali diverse. Inoltre, Twitter non è forzatamente un network identitario, anzi ti porta a seguire gli sconosciuti (dai contenuti interessanti) piuttosto che i vicini di casa. A suon di cinguettii degli utenti nel tempo si è addirittura modellato, diventando (per stessa ammissione del suo co-fondatore) non più un social network "puro", ma un aggregatore di notizie in tempo reale che fa dell'interesse di massa (la parte "buona", evidentemente) il suo punto di forza, tanto da varcare alcuni limiti "istituzionali". Insomma, meglio la troppa utilità che un'evidente inutilità, no?

PS. Per carità, anche i contenuti qui riportati possono avere un interesse pari al (o sotto) lo zero, ne sono consapevole.

venerdì 20 gennaio 2012

PRESSIONI E DEPRESSIONI

Studiare i social media è sicuramente una delle tendenze dell'ultimo periodo, più che altro perché prima non esistevano... certo, fa riflettere il fatto che ormai i numerosi studi riguardanti il popolo della Rete o anche il comportamento "normale" del genere umano spesso vengano associati all'appartenenza a quel grande calderone di identità che è il vostro social network preferito. Altri due risultati di studi condotti presso università statunitensi spiegano per quale motivo si utilizzi Facebook e una particolare categoria di "insoddisfatti della vita" (virtuale o non, poco importa), ossia i cosiddetti depressi da Facebook.
Ma andiamo con ordine: come riporta Wired.it, nel primo studio si spiega il motivo per cui più di 800 milioni di persone sono iscritte a Facebook. I motivi sono sostanzialmente due: il bisogno di appartenenza a qualcosa (di varia natura, ma si può pensare anche all'appartenenza automatica al sito su cui sono iscritti tutti) e la necessità di auto-rappresentarsi su di esso.
Beh, non ci voleva uno studio accademico per dire questo...ma tant'è: insomma, ci si divide tra coloro i quali preferiscono seguire il filone della massa e c'è chi invece gode nel rappresentare il proprio ego all'ennesima potenza sulle pagine virtuali, indipendentemente dal fatto che lo facciano anche nella vita reale.
Questa situazione, magari anche per imitazione, porta alla auto-rappresentazione di sé in termini assolutamente positivi: ed è per questo - si legge su La Stampa - che esistono numerose persone che soffrono fisicamente questo scenario (d'altronde FB è un luogo di ottimismo, ricordiamolo), poiché vedono nell'altro e negli altri una vita migliore della propria e difficilmente raggiungibile: per questi motivi questo campione tende a deprimersi nella vita reale (attenzione a dichiararlo online, però).
Riassumendo: esistono i veri e i falsi, i contenti e gli scontenti, gli egocentrici e i timidi e chi più ne ha, più ne metta. Insomma, come nella vita reale (purtroppo), con il serio rischio che i due mondi arrivino a somigliarsi (o paradossalmente, a non somigliarsi) troppo, in modo irrimediabile.

giovedì 24 novembre 2011

SUPERABILE SEPARAZIONE

Conoscete la regola dei sei gradi di separazione? Se ho un amico/a che ha un amico/a che ha un amico/a che ha un amico/a che ha un amico/a che ha un amico/a e si incrociano tutte le rispettive conoscenze, si conoscerà praticamente tutto il mondo (e siamo 7 miliardi, eh). Insomma, se ci collegano a chiunque solo altre cinque persone ma pensate che siano ancora troppe, fate un salto su Facebook per colmare la distanza. Un ennesimo, vitale studio cerca di capire quanto il vostro social network preferito (ma qualcuno c'era arrivato già prima), con gli oltre 700 milioni di utenti attivi - e relative liste di amici - sia in grado di abbassare la soglia, riducendo il fatidico numero sei. E i risultati sembrano dare ragione a FB, poiché pare che il numero magico in questione arrivi a calare drasticamente fino a quattro (arrotondando). Insomma, il mondo si sta facendo piccolo o ci conosciamo sempre più? Oppure Facebook non rappresenta un campione veritiero della popolazione umana, considerata anche la smania da aggiunta amici che di fatto aumenta la base di conoscenze ipotetiche ma non effettive? E come faremmo a conoscere i non iscritti? Insomma, forse occorrerebbe tornare a sei. Sei sicuro che questo studio sia stato utile?

lunedì 29 agosto 2011

PER...BACCO, E' STUPEFACENTE!

L'ennesimo studio riguardante Facebook e affini stavolta prende di mira le possibili ripercussioni che immagini varie di amici, conoscenti e semplici sconosciuti possono avere nei comportamenti di determinati utenti del vostro social network preferito (e non solo). La notizia arriva dritta dritta dalla Columbia University, più precisamente per mezzo di un report che sottolinea come il numero cospicuo di immagini su siti come Facebook e MySpace di ragazzi (e non) ritratti mentre si accendono una paglia, mentre alzano un po' troppo il gomito o tirano (e non parliamo di calcio...) renderebbe più inclini a questi vizi gli adolescenti. Insomma, le foto della sbronza del giorno prima o gli emuli di James Dean costituiscono un'influenza negativa per i giovanotti, poiché più propensi ad abbracciare la triade Bacco, Tabacco e polvere...e se altri media come Tv e cinema si danno da fare per limitare la diffusione di questi "vizi" nei contenuti per i più giovani, i social diventano il nuovo punto di riferimento per le giovani generazioni, con il rischio di diventare un esempio non proprio perfetto da imitare.

lunedì 1 agosto 2011

LA LINGUA DEL VATE? NEL WATER...

Tutte le lingue si evolvono, e quella italiana non fa eccezione. Non lo dico io, lo dicono gli esperti, gente seria. Fatto sta che una serie di contingenze porta ad un naturale cambiamento del modo di esprimersi delle persone, a seconda del soggetto in discussione, del rapporto tra i parlanti, del mezzo usato per la comunicazione e così via. Quel gran signore che è il tempo, poi, porta all'affermazione di nuove parole e nuovi modi di espressione, magari a discapito di forme che via via diventano desuete e antidiluviane (ecco, appunto...).
L'avvento dei media digitali - Internet su tutti - ha sicuramente accelerato questo processo dinamico-evolutivo delle lingue. Senza star qui a far finta di fare l'erudito, il succo della questione è che l'allargamento della base di utenti che ha a disposizione strumenti di espressione di contenuti ha anche complicato (e di molto) la situazione linguistica. Pensate al linguaggio di Internet (anche se si dovrebbe dire del Web), e pensate a quelle che diventano quasi automaticamente delle norme stilistiche che si trovano online. Pensate al linguaggio che si trova in alcune risorse molto note sul Web: ecco, a me viene in mente il vostro social network preferito, ma non sono l'unico. In un post di un blog di Repubblica intitolato La lingua italiana si trasforma con i social network si parla di uno studio il cui obiettivo è quello di mostrare come l'uso improprio di alcune forme linguistiche convenzionali (e che in realtà sono una prassi su Internet) sia poi automaticamente riportato nella vita reale. E dunque che si scriva agli amici o agli accademici è possibile che scappi qualche nn, dmn, enigmatici dpdmn e secchiate di altri esempi del genere. Nell'articolo si sottolinea come lo studio sia stato effettuato su un campione di giovani baresi e milanesi (forse ignorando il fatto che spesso a Milano è più facile incontrare un barese piuttosto che un Brambilla), e ciò che emerge è una marcata propensione all'utilizzo errato di forme basilari della nostra lingua. Insomma, se per molti la copula è (forse) un modo di vantarsi di aver rimorchiato su Facebook, proprio Facebook diventa (probabilmente, si afferma nell'articolo) il mezzo di diffusione di questa "malattia terminale" della lingua (sempre dal "pezzo" citato).

Passi lo studio, passi la logica del dito-contro-Facebook, ma forse occorre anche aggiungere un paio di punti. Innanzitutto, va detto che questa tendenza non è prerogativa esclusiva di FB, ma dell'intera Rete: un giretto sul Web tra forum, blog o nelle sezioni social dei portali di informazione può fornire una prova schiacciante a proposito dell'uso non proprio dantesco dell'italiano. Persino queste pagine diventano frammenti della Rete, e onestamente io proprio non sono il sommo Vate (errare è umano, però almeno cerco di rileggere prima di pubblicare dei contenuti). Certo, come in ogni cosa c'è situazione e situazione, e il problema è quindi l'uniformazione degli stili in situazioni completamente differenti. Insomma, se tra qualche anno il cmq finirà sui dizionari al posto del suo corrispettivo "classico" la colpa (o il merito, a seconda dei punti di vista) è del Web. E forse sì, la mazzata più pesante magari l'avrà data il vostro social network preferito.

mercoledì 13 luglio 2011

MONDO CANE!*

Desiderosi di conoscere l'ennesimo trend relativo ai social network in grado di spiegarne l'effettivo utilizzo e scopo? Bene, ecco i risultati dell'ennesimo rilevante studio: il 50% degli animali domestici è online in qualche modo, e il 10% tra questi ha un profilo dedicato sui social network. Le cifre non sono riportate in modo errato: pare che un Fido o un Fuffy o chissà quale altro esemplare su due sia "attivo" su Facebook e dintorni. Beninteso, scavando nel passato si ha già traccia di gruppi inneggianti ad animali e dintorni, ma è lecito pensare che magari si tratti di profili creati senza la volontà del diretto interessato. Perché passi la logica del LolCat, in cui un essere umano - con il suo profilo magari non necessariamente Facebook, dunque meno "rigido" a logiche d'identità - posta le imprese del proprio felino (e anche qui in effetti mancherebbe l'autorizzazione del "protagonista"), ma si fatica a comprendere la logica del profilo personale. Non solo perché sarebbe un profilo più animale che personale, ma perché fa strano che un animale abbia gente al seguito. Come un gregge. Animale, appunto.

*Mondo Cane è probabilmente un marchio registrato, non farina del mio sacco.

venerdì 18 marzo 2011

ALIMENTARE, WATSON...

Che le giovani generazioni d'oggi abbiano radicalmente cambiato il loro modo di approcciarsi col mondo rispetto  alle classi precedenti è un dato di fatto, e la cosa ovviamente non rappresenta forzatamente un aspetto completamente positivo. L'ennesimo studio scientifico che vede come protagonista Facebook è stato condotto da un gruppo dell'Università di Haifa: oggetto dello studio, il comportamento nel tempo libero di adolescenti tra i 12 e i 19 anni.
I risultati? Le ragazze bombardate in continuazione da finti modelli fanno le finte modelle, e il loro obiettivo diventa quello di essere simili in tutto e per tutto ai loro perfetti idoli. Ne risulta una maggiore propensione verso disturbi alimentari come anoressia o bulimia, nonché una perdita dell'autostima e della fiducia nel proprio io (ma come, non era il contrario?). Si dirà: d'accordo, ma cosa c'entra il vostro social network preferito in tutto questo? Riporto le parole esatte dell'articolo apparso su Corriere.it: "Perché è comunque una comunicazione falsata. Non c'è un vero contatto umano". Non c'è neanche bisogno di aggiungere altro.

giovedì 3 marzo 2011

LA STIMATA RICERCA

Ogni tanto mi meraviglia la caratura di certi studi scientifici (o presunti tali): se poi questi riguardano il vostro social network preferito, beh, allora la faccenda si fa ancor più particolare (ma non sarebbe il primo studio su Facebook: si trova qualcosa qui ma anche qui). Sentite quest'ultima: Facebook aumenta la self-esteem. Wow, chissà su quale criterio scientifico si basa questa ricerca: sicuramente Facebook avrà ottenuto mega-punteggi in comparazione a - che so - Twitter o Myspace. E invece pare che la scienza abbia tracciato un nuovo confine: sono stati analizzati i livelli di autostima di tre gruppi sottoposti ad un test dopo essere stati di fronte ad un computer. Benissimo: peccato che solo un gruppo avesse la possibilità di navigare tra le pagine del proprio profilo Facebook, mentre un altro gruppo si trovava di fronte allo schermo di un computer spento (sì, SPENTO) mentre altri fortunati si sono ritrovati davanti ad uno specchio collocato davanti allo schermo stesso. Risultato? I livelli di autostima più elevati sono risultati quelli relativi al gruppo che ha navigato sulle pagine FB. Davvero? Non me lo sarei mai aspettato... Facebook tira più di uno schermo spento (notoriamente un'esperienza eccitante) e ad uno specchio che rivela solo chi sei, ma non permette di farti i fatti degli altri. Così è un tantinello facile fare scienza, no? Sembra un po' come una gara tra una Ferrari, un triciclo e una Duna. Secondo voi chi vince?