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lunedì 3 settembre 2012

M(ALPHA)TTORE DI DATI

Alzi la mano chi conosce Wolfram Alpha. Mi aspetto di vedere parecchie mani ancora giù su tastiere, mouse e schermi dall'altra parte della connessione, ma in un certo senso si tratta di un prodotto a suo modo elitario, dunque è normale che questo nome non faccia accendere alcuna lampadina in molta gente. Le cose potrebbero però presto cambiare, allorché un nuovo strumento si affaccia nel grande mondo di Facebook e dintorni: e vuoi per provocazione, vuoi per pura ricerca di una fama che non arriva (e si sa, è la fama che è una merda, cit.), ma forse questo nome comincerà a girare anche tra le più comuni bacheche del Web.
A spiegarlo in due parole, W.A. è un motore di ricerca. Beh, ma c'è Google per cercare è una giusta obiezione: il punto è che questo motore di ricerca funziona in modo un pochino diverso perché alla base ha delle regole e delle interpretazioni della ricerca differenti. Si tratta di una sorta di esperimento voluto dal suo creatore, Stephen Wolfram, e a differenza dei tradizionali motori di ricerca che cercano (appunto) contenuti sul Web, qui è tutta una questione interna, nel senso che i complessi algoritmi interpretano la ricerca richiesta e la calcolano direttamente all'interno del "calderone" di conoscenze che ha il sito stesso. La cosa, in effetti abbastanza complicata, può rappresentare il futuro di tante cose, oppure la consapevolezza che in effetti è (ancora) complicato per la macchina replicare la Conoscenza umana.

Ok, ma è sempre più comodo Google per le ricerche: d'accordo, ma qui si parla di un progetto ambizioso che fa dei dati il suo "alimento" principale. Da qui al nesso con il vostro social network preferito, che ovviamente fa dei dati il suo punto forte: ecco dunque che Wolfram Alpha si interfaccia con Facebook attraverso la "solita" app, in grado di analizzare tutti i vostri dati e farne infografiche e schemini. E si sa, infografiche e schemini sono cose che tirano parecchio, sui social. 
Il pulsante Analyze my Facebook Data (a metà tra un imperativo e una minaccia) diventa quindi l'occasione per Wolfram di "alimentarsi" di dati e tirar fuori i vostri profili in base a diversi criteri: dall'ubicazione dei vostri amici, alla classifica di frequenza dei loro nomi, al grado di interconnessione di amicizie fino ad una sempre suggestiva word cloud delle parole che utilizzate più spesso in post e commenti.

Se dunque volete sapere chi siete sul serio (almeno sul Web, ammesso che faccia differenza), fatelo. Da una parte un motore di ricerca semantico vi ringrazierà perché farà dei vostri dati la base di partenza per nuove conoscenze da inglobare nella sua sete di Sapere: dall'altra, tuttavia, forse in qualcuno - tra istogrammi e nuvolette - verrà il dubbio che i propri dati sono facili, ma davvero così facili da schedare. In un clic.

giovedì 17 gennaio 2013

IL "MOTORE" CHE FA MUOVERE IL MONDO

Segnatevi la data, perché in un senso o nell'altro si tratta di una specie di rivoluzione. Quindici-gennaio-duemilatredici: Facebook annuncia un grande evento. In molti pensano a qualcosa di "fisico" come uno smartphone ottimizzato per i servizi FB, e invece ciò che è stato costruito è "solo" un motore di ricerca interno più sofisticato. Molto più sofisticato.
Per chi è interessato alla disciplina, si tratta di un cambiamento abbastanza radicale rispetto al passato, e le ripercussioni non riguardano soltanto l'architettura del Web, ma anche (a suo modo) il futuro della stessa Rete, almeno come l'abbiamo concepita sinora. E ovviamente non dovrebbero mancare neanche le ripercussioni per i tanti utenti del vostro social network preferito, tanto per cambiare (in fondo il fine ultimo sono gli utenti, sia attivamente che passivamente).
Perché Graph Search - è questo il nome del nuovo dispositivo di ricerca tra le pagine blu - è davvero più di un motore di ricerca interno. Ovviamente la creazione di un sistema del genere richiede uno sviluppo che non si inventa dall'oggi al domani, ed è probabilmente l'evoluzione "pubblica" di quell'Open Graph che di fatto è il grande manovratore di dati e informazioni che alimentano quella grande macchina chiamata Facebook. E una macchina senza motore non si muove: ecco perché Graph si potrebbe rivelare il vero turbo di FB con cui gli utenti potranno sfrecciare tra ricerche di ogni tipo.
A detta di molti è proprio il sistema di ricerca uno dei punti deboli di Facebook, perché di fatto troppo "limitato". Sì, si possono cercar persone e gruppi, ma tutte le informazioni contenute nei profili, ossia la vera linfa vitale del sistema? Detto, fatto: Graph Search soddisfa proprio questa richiesta, perché interrogando il motore di ricerca in maniera specifica si può ottenere praticamente tutto quel che gravita all'interno del mondo di Facebook. Un motore di ricerca di fatto semantico, perché in fondo cosa c'è di più significativo delle informazioni personali scritte dagli utenti? In realtà il sistema funziona in base ad alcune keyword di riferimento che servono al sistema per capire che tipo di informazione si stia cercando. E le risposte saranno effettive e in tempo reale, avranno cioè un che di sensato e preciso. Insomma, non dei "semplici" e freddi link come fa Google, tanto per dirne uno.
Perché alla fine l'obiettivo è quello: sfidare o contrastare Google nel suo campo preferito, magari assestandogli una bella stilettata. Big G, si sa, è in aperta competizione con Facebook non solo perché sono due giganti del Web, ma perché sono di fatto anche concorrenti. La materia prima di sfida, in fondo, non è dissimile: sono i dati il vero oro del Web, e i dati sensibili i diamanti purissimi. Facile intuire che, con questo metodo di sfruttamento della ricerca, Facebook può acquisire un certo vantaggio in determinate applicazioni del data mining, ossia il puro sfruttamento commerciale. E in aggiunta, in questo grande club di informazioni in cui uno strumento pubblico di fatto non può entrare, la tentazione di molti die-hard di doversi iscrivere a FB per mettere le mani su quella mole infinita di dati può crescere a dismisura. Insomma, ormai è guerra fra due colossi per accaparrarsi la parte più interessante e redditizia del Web. Per gli utenti, invece, la "soddisfazione" di poter entrare ancora più a fondo nelle vite altrui (nonostante i divieti) con ricerche sempre più precise, sempre più (teoricamente) invasive. Sempre più in grado di dire chi siamo, chi siete.

venerdì 17 settembre 2010

KILL BING

Sembra sia solo un rumour, ma a quanto pare i vostri "like" finiranno dritti dritti in quel grande calderone rappresentato dai motori di ricerca, al fine di indicizzare meglio le vostre ricerche. Ovviamente la prima idea che viene in mente quando si parla di motori di ricerca è la Grande G, e invece no: la partnership, come anticipa Wired.it, verrà stretta tra il vostro social network preferito e il motore di ricerca di Microsoft, Bing (ora direte: CHI?). In pratica, i segni di apprezzamento sotto forma di manina che tanti problemi creano e che tanto superficialmente vengono cliccati, magari per noia o "perché lo fanno gli altri", concorreranno ad una ricerca sempre più precisa, sempre più mirata. Il problema ovviamente non risiede nel motore di ricerca, ma nell'utilizzo veicolato che ne deriverà, poiché attingerà da effettivi (?) gradimenti degli utenti, ma soprattutto perché pescherà da quel grande archivio di dati personali chiamato Facebook. Dalla casa madre garantiscono l'anonimato e il rispetto della privacy: visti i precedenti, tuttavia, un minimo di dubbio è quantomeno lecito.

mercoledì 17 marzo 2010

IL SORPASSO

Citando un famoso film italiano (con scena altrettanto famosa che pare si addica alla situazione) mi tocca dover segnalare una notizia che, ahimè, ha un che di storico. LaStampa.it (ma un po' tutte le maggiori testate italiane) riporta la notizia del sorpasso di Facebook su Google. Il dato -riportato originariamente dal Financial Times - si riferisce ai soli Stati Uniti, e su numero di clic su cadenza settimanale. Ma in fondo anche questo è un segno dei tempi. Insomma, il dato è eclatante di suo, perché non solo mina una certezza nata quasi con l'avvento di Internet (ossia, che Google rulez), ma perché a mio avviso cambia proprio la prospettiva di Internet stesso. Chiariamo le cose: dal mio punto di vista (ma ho ragione di credere che la cosa sia oggettivamente valida) Google e Facebook sono due cose radicalmente diverse. Google è una porta sulla conoscenza: è un motore di ricerca, è una chiave che mi apre le porte a ciò che voglio cercare; e la ricerca è pressoché infinita, si tratti delle ricette delle torte fino all'ultima breaking news diramata dalle agenzie di stampa. Facebook è una ricerca "mirata": passo tutto il giorno sulle sue pagine (non io, ovviamente, è un io generico), d'accordo, cerco, ma cerco in un sistema "chiuso", composto dalle mie pagine, dalle pagine dei miei amici, dalle pagine degli amici, dalle pagine degli amici degli amici, e così via. La differenza? Sostanziale: Facebook non è una fonte di conoscenza, senza contare che (teoricamente) le pagine sono visibili ai soli iscritti. D'accordo, col passaparola e con l'adesione al gruppo del giorno si sfiora l'attualità, ma parliamoci chiaro, non si tratta di un sito di una rivista scientifica, di un'università, di un ente di pubblica utilità. A questi siti si accede molto spesso tramite un motore di ricerca (o il motore di ricerca, ossia quello di Big G), su Facebook si frequenta il gossip e poco altro (e quel poco di utile che realmente c'è, non ha lo stesso appeal di un tag di una foto di un'ubriacatura della sera prima). Ribadisco il concetto espresso in un altro post: il sorpasso fa male, perché Google è utile.

sabato 14 settembre 2013

PICCOLO MONDO (SEM)ANTICO

Pensavate fosse solo un social network? Beh, per i "normali" utenti forse sì, e forse a loro va bene anche così. Ma cosa succede quando si immagazzinano tante, tante, troppe informazioni? La categorizzazione dei dati è la vera e propria linfa vitale del nuovo Web in cui i social network rappresentano l'implementazione più semplice e immediata. Non sorprende certo leggere dell'introduzione, da parte di Facebook, degli #hashtag in stile Twitter: chiaro l'intento di sfida al suo principale alter ego. Ma forse, e si sottolinea forse, ci può esser qualcosa di più. Questa semplice nuova caratteristica può essere ovviamente solo e soltanto una...semplice nuova caratteristica, una possibilità in più per gli utenti di personalizzare ulteriormente l'esperienza interattiva attraverso il vostro social network preferito. Ma giorni e giorni di inserimento di informazioni da parte degli utenti altro non fanno che aumentare il calderone dei dati disponibili, e questi solo apparentemente possono essere slegati fra loro; dietro, un sistema parecchio sofisticato cerca di riconnettere i tratti unitari fra le informazioni, alla continua ricerca di un senso logico.
Già, un senso: fornire un significato, un'associazione logica, un filo connettore fra informazioni apparentemente diverse, cercando di intrecciare i dati per poter creare una trama così fitta da superare qualsiasi scenario da film fantascientifico. Questo è il sogno neanche troppo proibito di due categorie abbastanza antitetiche tra loro ma che non è affatto detto che non debbano mai rimanere distinte: da una parte ci sono i "divoratori" di dati come i proprietari dei social network - ma anche gli enti governativi, a quanto pare - che mirano appunto ad intercettare tutti i dati per la profilazione più accurata possibile di utenti e utilizzatori di dati digitali. Dall'altra parte, invece, ci sono gli studiosi di questi sistemi, a metà tra menti matematiche e linguistiche, il cui obiettivo è quello di dar vita una volta per tutte alla nuova versione del Web, da chiamare 3.0 o se preferite Web Semantico.
Siamo ormai da un po' nell'era delle informazioni stabili, digitali, veloci, abbondanti: la conoscenza (a vari livelli) si sta sempre di più riversando in Rete, e proprio per questo il potenziale testuale e multimediale (leggi: linguistico) è totalmente sfruttabile, oggi più che mai - e domani più di oggi. Il sogno di far ragionare una fredda macchina è una delle sfide che i linguisti computazionali sperano un giorno di vincere a loro favore: attualmente l'intelligenza artificiale è in grado di fornire livelli più che soddisfacenti in vari campi, ma per gli entusiasti della disciplina non basta. Insomma, il sogno e l'obiettivo è quello di raggiungere il livello del Test di Turing, e se non si arriverà a quel livello non si sentiranno mai soddisfatti a pieno. Solo immagazzinando dati si può "alimentare" il cervello di una macchina o di un algoritmo: ecco perché il Web Semantico si prefigge di andare nella stessa direzione, ossia quello di incrociare dati su dati esattamente come fa il cervello umano nella naturale associazione di idee derivanti da esperienza, memoria e conoscenza. Per fare questo occorre che tutte le informazioni siano legate, ma anche contrassegnate da una serie di attributi tali che possano diramarsi in una schiera pressoché infinita di relazioni, una sorta di incastro ben definito. Ecco perché i social network, pur occupando una piccola (ma significativa per i motivi sopra enunciati) porzione del Web sono il terreno perfetto per provare a sfruttare queste interconnessioni digitali: motivo per cui il progetto Graph Search di Facebook è un tentativo di implementare il Web Semantico, poiché la macchina interpreta la ricerca e fornisce risultati più o meno "ragionati", ma altro non è che il frutto dello sfruttamento dei (numerosi) dati personali degli utenti già preesistenti. E, data questa mole corposa di dati associabili e incrociabili, è abbastanza semplice per Facebook provare a fornire risposte utili agli utenti e anche a se stessa, per i suoi fini. Insomma, mancano solo le impronte digital-digitali e poi la schedatura è davvero compl...hmm ok, meglio soprassedere qui. Magari lo scenario descritto è un po' complottista e un po' apocalittico, ma queste sono o dovrebbero essere le direzioni verso cui va la ricerca della linguistica computazionale. Il punto è sempre lo stesso: con che spirito si sfruttano queste informazioni? Ricerca o speculazione? Interrogativi importanti, ma che vanno entrambi nello stesso...senso.

(Immagini via)

giovedì 22 luglio 2010

CONSENSI

Queste sono le notizie che mi piacciono: beninteso, non per accanimento aprioristico, ma solo perché ancora una volta un minimo di riflessione porta a delle conclusioni razionali. Il sempre informato Wired.it svela che il consenso nei confronti di Facebook è in (netto) calo. Beninteso, avrà anche il suo bravo mezzo miliardo di iscritti, ma qui si parla di soddisfazione nei confronti del prodotto utilizzato. Insomma, anche se rientra di diritto tra i siti maggiormente frequentati del globo e dell'interglobo, e anche se il confronto è con applicazioni diverse, Facebook è ben al di sotto di servizi come Google (ma va...), Bing, Wikipedia (e ci mancherebbe), Yahoo, Youtube.
Direte ora: beh, ma Facebook rimane il leader. D'accordo, sarà pur vero, ma c'è sempre un perché. Occhio alla lista dei servizi sopra menzionati: ci sono tre (e dico tre) motori di ricerca, un'enciclopedia open source (una sorta di motore di ricerca del sapere) e un effettivo sito di puro entertainment. Perché allora Facebook piace ma non piace, in realtà? Semplice: è arrivato prima di tutti nell'offrire un servizio che genera (un relativo) interesse. E una volta creato uno zoccolo duro di utenti - che a sua volta richiama altri utenti -, è obiettivamente difficile ri-trasferire tutti questi su una piattaforma alternativa. Ci proverà forse in futuro Google con Google Me, ma per ora il mezzo miliardo resta ben saldo lì. Eppure non piace a fondo. Misteri di Internet...
Chiudo dicendo che sempre in quella lista compaiono tre prodotti concorrenti tra loro. Eppure funzionano, eppure sono graditi. Sarà perché un motore di ricerca è oggettivamente utile? A tal riguardo, rimando ad un interessante articolo apparso su LaStampa.it che parla di internet e dintorni: ad un certo punto si afferma che la Rete si basa sostanzialmente su motori di ricerca e social network. Vero, verissimo, ma ribadisco il concetto: solo uno è effettivamente utile. Il resto? Si può vivere anche senza...

martedì 17 giugno 2014

PERSONALITA' (TROPPO) PUBBLICHE

Individuare il carattere di una persona "solamente" dal proprio profilo Facebook? Una questione di carattere piuttosto semplice: basta incrociare un paio di dati e il gioco è fatto. Potenza delle informazioni digitali, della capacità di aggregazione e categorizzazione dei big data, un paio di algoritmi sparsi qui e lì ed è - meglio, può essere - piuttosto semplice scoprire tutto o quasi di una persona - meglio, di un profilo.
Quale sarà l'oscura magia che può far sì che una macchina possa scovare i tratti della personalità di una persona? Niente di più semplice: bastano i dati che volontariamente gli utenti scrivono sul vostro social newtork preferito. L'applicazione, realizzata dalla società Five Labs, scandaglia tutti i post di un utente, analizzando le semplici parole del vostro periodare: alcune saranno semanticamente più rilevanti di altre e verranno associate a uno dei cinque grandi tratti della personalità descritti da qualche luminare e impressi su qualche libro. A quel punto, è facile aggregare tutte le parole appartenenti ai vari gruppi, confrontare le frequenze assolute delle parole e quelle relative ai vari gruppi e voilà, in un attimo il programma sforna per voi il profilo caratteriale con tanto di percentuale/propensione verso un tratto o un altro. Di per sé un'idea semplicissima che crea un connubio perfetto tra potenza delle parole in libertà e la rigidità della frequenza matematica. In più, è possibile poi effettuare un confronto tra il proprio profilo e quello dei propri amici e -udite, udite - quello di importanti personalità (Occhio: pare funzioni solo in inglese. E just in case, funzionerebbe solo purché i propri post siano scritti in una lingua corretta, senza obbrobri grammaticali e/ortografici!): come se il presidente degli Stati Uniti si sia messo a fare anche lui il giochino della personalità, vabbè.
Insomma, l'ennesima dimostrazione che il potenziale linguistico gentilmente offerto dagli utenti FB è lì, pronto per essere sfruttato a proprio piacimento da altri. E, come se non bastasse, sulle capacità di carpire le informazioni è notizia recente la scelta, da parte di Facebook, di proporre inserzioni pubblicitarie attingendo dalle ricerche web effettuate da un utente sul proprio o sui propri dispositivi. In altre parole, le pubblicità che appariranno su FB saranno simili o correlate alle ricerche effettuate su - per esempio - siti di e-commerce o semplici ricerche su motori di ricerca. Anche qui, sarà sufficiente da parte degli algoritmi FB "pescare" informazioni già preesistenti per proporre inserzioni sulla stessa falsariga perché, a rigor di logica, ciò che si cerca è ciò che piace. Non è sempre vero ma ehi, la pubblicità è l'anima dell'economia. In realtà questo sistema di pubblicità mirata è un sistema dal meccanismo tanto semplice quanto non nuovo: è, in linea di massima, il sistema utilizzato da Google per far comparire su parecchi siti che concedono i propri spazi pubblicitari le ricerche da poco effettuate e rimaste memorizzate nelle memorie cache dei propri browser. Una tecnica piuttosto efficace, e di per sé non tanto invasiva: i dati memorizzati nei browser sono piuttosto semplici da eliminare, e cancellati quelli, non c'è possibilità che l'algoritmo possa ripescare la vostra ricerca di un auto o di un barbecue (suvvia, è quasi estate). Poco invasiva, appunto: quasi quasi stride con il modello Facebook. E forse qui casca l'asino. Perché la ricerca sui motori di ricerca è quasi esclusivamente anonima, mentre la stessa tecnica associata ad una profilazione già molto avviata può avere il suo perché, in termini commerciali. Insomma, se alla tecnica di ripescaggio informazioni si aggiunge l'analisi di informazioni personali, ecco che il prodotto è bello che servito. Pubblicità infallibili come risultato? Forse: ma è l'ulteriore prova che la pratica del crossing the data può arrivare nella parte più profonda di noi. O almeno, in quella digitalmente esposta di noi.

martedì 2 giugno 2009

SONO STATO ASSUNTO! (FORSE)

...ma poi il mio nuovo datore di lavoro ha guardato il mio profilo su FB e mi ha risposto "le faremo sapere".
E' più o meno questa la prassi legata all'invadenza della rete, e in particolare dei social network, nel campo delle assunzioni. Questo recruitment 2.0 sembra una pratica abbastanza consolidata, stando ai dati forniti da Career builder. Citando questo articolo, "il 22% degli intervistati ha ammesso di controllare il profilo online dei candidati, mentre un altro 9% intende farlo in futuro. Un dato confermato anche dalla ricerca inglese di Personnel Today, condotta su 220 responsabili delle risorse umane, in cui un intervistato su 4 ha dichiarato di dare una "sbirciata" alle pagine personali prima di assumere una persona, alla ricerca di quei particolari che nessuno si sognerebbe di confessare in un colloquio". [...] "Se fino a qualche anno fa i selezionatori si limitavano a digitare il nome del candidato sui motori di ricerca, sperando che dal mare magnum di internet spuntasse fuori qualcosa di rilevante, adesso hanno un'arma molto più potente e invasiva."

La morale del giorno? Pensateci due volte prima di mettere online le foto della vostra festa di laurea!

lunedì 3 dicembre 2012

LE PAROLE SONO IMPORTANTI*

Come ogni anno giunge dicembre (ma potrebbe essere l'ultimo, anzi forse no) e si cominciano a tirare le somme dell'anno che sta per essere archiviato. Anche i grandi gestori del sapere digitale non sono da meno, ed è ormai consuetudine che i grandi motori di ricerca ci delizino con la lista dei termini più cercati sui loro oracoli. In realtà è abbastanza affascinante scoprire e confrontare il modo in cui cambia la ricerca e il modo di ricercare da parte degli utenti, perché i grandi temi (e le relative ricerche) cambiano di anno in anno, a seconda di questo o quell'evento. Certo, non sorprende vedere ancora una volta (fonte: Yahoo!) che Facebook sia ancora in cima alle parole più cercate, e a distanza di tre anni il trend sembra non scemare. A mente fredda, tuttavia, sorprende un pochino vedere sempre quella parola in cima: perché la gente cerca la parola Facebook (e Twitter)? Per accedervi? E i preferiti esisterebbero solo per fare presenza? Gli altri termini hanno un senso perché sono più "dinamici" (cioè possono essere ricercati più volte ottenendo risultati diversi) o fanno riferimento a persone o cose che nel corso dell'anno si sono distinte per particolari situazioni: perché il meteo cambia ogni giorno, l'oroscopo (se ci credete) pure, i programmi tv sono sempre diversi (hmm, più o meno), la politica nel bene e nel male si alimenta di personaggi rappresentativi della situazione attuale (oddio, ci sarebbero anche vicende extra-politiche, ma credo sia - a ben donde - più una ricerca relativa alla sezione immagini), perché - ahimè - cercare notizie drammatiche talvolta è inevitabile, perché un computer in fondo sa calcolare meglio di noi, perché gli oggetti indispensabili sono desiderati a tutti i costi (è proprio il caso di dirlo). Ma perché si cerca il vostro social network preferito pur sapendo benissimo dove si trova? Misteri della Rete, misteri ricorrenti di ogni fine d'anno.

Ps. *

venerdì 12 aprile 2013

MESSAGGIO "IN" CODICE

C'è molto interesse per l'informazione testuale che gira sui media digitali, meglio se online. Perché di fatto il contenuto scritto è la base portante per la diffusione di un qualsivoglia messaggio, soprattutto affinché questo si possa ritrovare in quel mare magnum che è Internet. Ricerca e indicizzazione di questi contenuti sono strumenti preziosissimi per questo tipo di attività: ecco spiegata dunque l'importanza dei motori di ricerca nel concetto di Rete.
Sul Web, tuttavia, non si vive di sola scrittura: nonostante ciò, risulta ancora importante assegnare un contenuto testuale ad una foto, un video o una (divertente) gif animata. E partendo dal principio secondo cui scripta (digitali) manent, ecco che i giganti del Web - con il vostro social network preferito in testa - si sono adoprati per "invogliare" gli utenti ad aggiungere informazioni supplementari attraverso i tag e migliorando (anche troppo) anche il sistema interno di ricerca. Che una semplice foto dica anche più di quel rappresenta è concetto che non tutti prendono in considerazione nel momento in cui condividono a tutti i costi una propria immagine; ne è la prova un esperimento a metà tra il puro ingegno e la provocazione realizzato da uno studente di informatica dell'Università di Oxford (Inghilterra) dal nome Secretbook. Si tratta di una semplice estensione da applicare ad un noto Internet Browser il cui compito è quello di poter aggiungere informazioni testuali all'interno delle - e non in aggiunta alle - foto postate su Facebook. Basta una password nota a mittente e a destinatario e il gioco è fatto: una sorta di messaggio in codice direttamente nel codice (informatico) della trasmissione digitale dell'operazione. Certo, per i più l'utilizzo di questo "servizio" può essere poco più che un gioco: tuttavia, alla base di tutto questo ancora una volta si può riflettere su quelle che sono tutte le possibilità di utilizzo dell'informazione digitale. E' davvero un gioco? Non sempre.

giovedì 7 marzo 2013

RIFARSI IL "TRUCCO"

Altre novità in arrivo per il vostro social network preferito: gli appuntamenti come and see presso il quartier generale di Facebook si fanno sempre più frequenti, segno che le innovazioni da mostrare sono sempre di più e rendono FB uno strumento sempre più dominante nel Web.
L'evento è previsto per stamattina (ora statunitense) e riguarderà importanti novità in termini di revisione della grafica della home page, ma anche - e soprattutto - di un nuovo modo di gestione del feed di notizie da parte degli utenti. Può sembrare un dettaglio secondario (d'altronde l'utente medio ha aspettative più elevate nei confronti del layout e nella "pulizia" dell'organizzazione dei contenuti), ma questa revisione altro non fa che rendere ancora più maturo questo social network in termini "puri", ossia di sito che gestisce dati digitali. Perché alla fine il succo della questione è sempre e solo uno: trovare modi per sfruttare al meglio l'imponente mole di informazioni che gravita all'interno del mondo Facebook. Troppi dati hanno bisogno di una sola cosa: un efficiente sistema di ricerca. Perché i dati sono lì, ma sono come stipati in una grande scatola, alla rinfusa: ecco invece che grazie alla ricerca intelligentemente dettagliata si possono subito recuperare i dati desiderati, il che è un po' come avere quei portatutto che si mettono nei cassetti. Facebook sarà davvero maturo solo quando sarà in grado di affinare questa ricerca, e tutte queste novità - Graph Search in testa, ovviamente - altro non fanno che confermare questa ipotesi. Vien da chiedersi allora se Facebook si rifaccia il trucco o se il trucco lo nasconda: perché il vantaggio per gli utenti è lì sotto gli occhi di tutti, ma bisogna capire che beneficio (largamente superiore) si celi per i gestori di tutti i dati. Forse il monito è proprio nel claim: come and see cosa siamo in grado di fare con tutti i vostri dati.

martedì 20 marzo 2012

INVIDIA SOCIALE

Le parole di James Whittaker, ex dipendente di Google e ora dipendente Microsoft, sono senz'altro forti e di sicuro impatto, ma a guardar bene non sono una sorpresa. L'ingegnere, responsabile dello sviluppo di Google+ e dunque "creatore" del prodotto la cui intenzione è(ra?) quella di competere con Facebook, si scaglia proprio con il nuovo corso dei suoi vecchi datori di lavoro, frutto non tanto delle politiche geniali e d'avanguardia che hanno portato Google a diventare un gigante di Internet ma di una vera e propria rincorsa - leggi: ossessione - nei confronti del vostro social network preferito. 
Insomma, Whittaker afferma che se il Web della nuova generazione è sinonimo di contenuti forzatamente social, Google non doveva essere da meno, più che altro per non perdere quella grande fetta di mercato pubblicitario che di fatto costituisce la gallina dalle uova d'oro di Big G. D'altronde il famoso motore di ricerca è, a pensarci bene, ben più di un semplice motore di ricerca: pensate a quanti servizi correlati offre, capirete forse perché si è buttata anche sul social (anche se in verità ci aveva provato almeno due volte in passato, con poco successo). Il problema è che Google è sempre stato antesignano nei suoi prodotti, in questo settore è "semplicemente" arrivato dopo. Si spera che questa nuova politica non faccia implodere il gran castello creato negli anni, perché a Google si deve l'espansione di un certo tipo di Web, forse meno socialmente connesso, ma estremamente utile perché essenziale.

venerdì 20 settembre 2013

UN PRESTITO? NON CRED(IT)O PROPRIO...

Recita l'antico detto: chi trova un amico trova un tesoro.... ai tempi dei social network, tuttavia, può esser vero il contrario. L'economia mondiale ha imboccato una buia e stretta via; si è alle strette, e anche la cosiddetta stretta del credito non conosce ormai più confini; bisogna stringer la cinghia, e le banche non sono da meno. Dimenticate la filosofia che contraddistingueva gli istituti di credito fino a qualche anno fa: prima di concedere un prestito o un mutuo, le banche vogliono sapere tutto di voi e pretendono un bel po' di garanzie prima di allargare i cordoni della borsa. Questa ricerca di rassicurazioni economiche, tuttavia, travalica anche i normali confini della vita "normale" e sfocia dritta dritta su bacheche e dintorni: sempre più spesso, infatti, gli istituti bancari (statunitensi, per ora) scandagliano persino la lista degli amici dell'aspirante beneficiario della somma alla ricerca di profili "sospetti" e poco affidabili dal punto di vista finanziario. Insomma, se tra i vostri amici figura qualche pignorato, insolvente, ipotecato o cattivo pagatore rischiate di vedere letteralmente volare via la possibilità di ricevere un sostegno economico per una qualsivoglia attività. Considerata la facilità con cui al giorno d'oggi si includono le persone nella propria cerchia virtuale di conoscenze, il rischio di ricevere un niet dalla banca è piuttosto altino. I soldi arriverebbero solo dopo una accurata selezione: insomma, il credito arriva solo a tempo debito.


venerdì 6 luglio 2012

AGENZIE (STAMPA) DI RATING

Qualità dell'informazione, questa chimera. Da che mondo è mondo la ricerca della conoscenza è insita nell'uomo (curioso), e il Web altro non è che la più grande espressione della sete di sapere mai esistita finora. Colonna portante della rilevanza di una notizia è senza dubbio il giornalismo, che fa della ricerca e dell'attendibilità delle fonti un fondamento imprescindibile. In realtà i cari vecchi quotidiani si sono dovuti adattare proprio all'esplosione dei media digitali, poiché l'allargamento della base di utenti raggiungibili non è coincisa forzatamente con la crescita dei profitti, anzi: il cartaceo - si dice - è sempre più in crisi, e bisogna fronteggiare la situazione con portali sempre più aggiornati, sempre più connessi, sempre più vicini all'utente.
Capita dunque che "dover fare notizia" ventiquattro ore al giorno (anziché una volta al giorno, come accade per i tradizionali quotidiani) si trasformi in una caccia all'informazione a tutti i costi che talvolta ha portato ad un decadimento della qualità dell'informazione: un tweet non verificato è un'informazione veloce, non necessariamente precisa. Non sono giornalista, ma un discreto fruitore dei servizi di informazione: sarà una visione nostalgica, ma proprio questa apertura ai social media ha portato a considerazioni un po' critiche o quantomeno a dover accorgersi che in effetti anche il giornalismo è un po' cambiato.

Ecco dunque che notizie come la classifica stilata dalla società Innova et bella dei quotidiani più virtuosi in fatto di numero di like su Facebook contribuiscano ad indicare che effettivamente l'oggetto dell'attenzione non è più l'informazione, ma i numeri puri. Insomma, se Corriere.it e LaStampa.it si fanno (giustamente, a questo punto) belli per essere considerati tra i migliori quotidiani in fatto di like, allora vuol dire che evidentemente ad oggi è la quantità che conta, e non la qualità. C'è anche una classifica a suon di vocali: sulla falsariga delle agenzie di rating che valutano gli Stati (ossia dei privati che di fatto rappresentano la variabile impazzita tra la sopravvivenza e la "morte" di una nazione o di una società - e non sono mica infallibili, va detto), i nostri quotidiani principali si beccano una bella A. Cosa vuol dire? Che in quanto a rapporti con il popolo del Web sono al passo con i tempi: curano bene i profili societari su Facebook e Twitter, hanno una app specifica per carpire i dati degli ut...ehm, per offrire loro un servizio personalizzato, e - udite, udite - hanno più like che copie cartacee vendute. Quest'ultimo dato è assolutamente sproporzionato rispetto ad altri paesi: insomma, in Italia è molto più facile cliccare su mi piace anziché aprire un quotidiano. Delle due, l'una: o gli italiani si sono scoperti grandi utenti digitali, oppure il solito uso apatico dei social ("clicco, tanto uno più o uno meno non fa differenza") è sintomo della decadenza qualitativa di cui sopra. Il punto è che tutto ciò è fonte di vanto dei protagonisti: probabilmente il tornaconto numerico conta più dell'offerta proposta. Il vecchio giornalismo ringrazia, e un po' si rivolta nella tomba.

giovedì 4 novembre 2010

IO ODIO IL LUNEDI'

Avrei potuto aspettare l'inizio della prossima settimana per questo post, ma d'altronde perché aspettare quando si hanno queste notizie che ti svoltano la giornata? Repubblica.it pubblica lo scoop: il giorno più probabile della fine di una relazione sentimentale è il lunedì, giorno odiato dal 99,99% dell'umanità. Su che basi scientifiche si fonda questo essenziale dato? Ma su Facebook, ovviamente. Autore della ricerca è David McCandless, giornalista e tanto altro, che si è basato sullo status di 10mila utenti del vostro social network preferito per creare un'infografica che mostra i picchi in cui le parole "rotto" e "rottura" compaiono più spesso (nell'idioma parlato nella perfida Albione i termini sono broken up e break-up). Beninteso, la ricerca è seria ed è anche piuttosto presa in considerazione, visto che si parla spesso di questo studio e lo stesso McCandless ha presentato questo lavoro inserito nel più ampio contesto della diffusione delle informazioni in forma creativa (argomento, questo, davvero condivisibile) al TED di qualche mese fa (mica il Bar dello Sport, intendiamoci). L'intervento di David lo si trova qui (nello specifico dal minuto 06:18), e val la pena vederlo (peraltro c'è la possibilità di fruire dell'ottima traduzione in diverse lingue). Tutti d'accordo sulla spettacolarizzazione dei dati, niente da dire: certo, lo studio su Facebook magari si può contestare, non solo perché tutti i dati vanno ben contestualizzati, ma soprattutto perché magari la gente nel proprio status scrive che si è "rotta di Facebook". Magari.

giovedì 11 luglio 2013

L'ANIMA(IL) DEL COMMERCIO

Internet vuol dire tante cose, ma tra le tante virtù che ha portato alle nostre società c'è quella di aver abbattuto i confini di spazio e tempo. In ottica commerciale, questo vuol dire che attraverso il Web è possibile mettersi in contatto con venditori di tutto il mondo: esistono piattaforme dedicate al commercio di largo consumo ed esistono i siti dei piccoli artigiani, grandi marketplace e siti per oggetti elitari, e così via. Insomma, in periodi di crisi il settore dell'e-commerce segna percentuali di crescita continui, perché davvero si può trovare di tutto e per tutte le tasche. Va da sé che anche le strategie di marketing connesse all'acquisto a distanza si siano per forza di cose dovute allontanare dalle politiche tradizionali: ed è pur vero che con l'esplosione dei social network si è verificata una vera e propria democratizzazione della proposizione di contenuti, beni e servizi. Insomma, si può vendere su Facebook, ma soprattutto si può promuovere il proprio brand su bacheche (altrui) e dintorni.
Tuttavia, come tutte le politiche e le strategie commerciali, bisogna sapere anche come vendere: in effetti non basta "essere" sui principali social per poter affermare di saper utilizzare quel canale per la promozione. Ci vogliono tempi e modi giusti, e questo vale per realtà piccole e grandi; il rischio è quello di trasformarsi in spammer. Ma anche l'offerta giusta sul vostro social network preferito potrebbe non bastare.
Una ricerca condotta su decine di milioni di clienti ha (sorprendentemente, ma non troppo) stabilito che non sono i social network a fornire il valore ROI più elevato: il trono (ahah) in questo senso spetta alla cara, vecchia email. Sono dunque le storiche newsletter, insieme all'esplorazione generica sui motori di ricerca, a smuovere davvero il redditizio mondo del commercio elettronico. I social network, dunque, restano un territorio ancora tutto da esplorare, o forse non sono davvero quel che serve per vendere. Alla base del commercio - anche e soprattutto in questa forma - ci dev'essere la fiducia e una certa rappresentatività della veri(dici)tà di un'azienda. Cose che evidentemente (ancora?) non si possono trovare su Facebook e dintorni. Insomma, gli e-sercenti preferiscono gli @cquirenti.

lunedì 22 novembre 2010

SORPASSO E "SGASATA"

Del sorpasso di Facebook su Google si è già parlato più di sei mesi fa. La notizia è una sorta di aggiornamento, nel senso che a distanza di tempo - come riporta una notizia di Repubblica.it - Facebook continua a crescere in fatto di pagine visitate, e guarda ancora dall'alto in basso il motore di ricerca più famoso del mondo. I dati di Fb sono onestamente impressionanti: un quarto del traffico Web mosso negli Stati Uniti ha toccato il 25%. Questo vuol dire che una pagina su quattro parla di tag, gruppi, status update: è la vittoria dei contenuti generati "dal basso"? E' possibile, se si pensa che a livello globale la fetta di mercato di Facebook raggiunge il 10%. E Google? Si consola con il primato degli utenti unici: questo vuol dire che un numero maggiore di persone utilizza Google, mentre su Facebook si consultano più pagine. E vorrei ben vedere, vista tutta la mole di gossip da dover consultare...

D'accordo, ormai Facebook pare inarrestabile. Il problema, tuttavia, resta sempre lo stesso: non si può paragonare Google a Facebook (anche se qualcuno confonde le due cose). Sono due cose radicalmente diverse e non ci vuole una laurea per capirlo. Probabilmente il paragone è spesso effettuato per evidenti ragioni di fama e successo, visto che le due aziende generano fatturati astronomici. Ma restano due servizi sostanzialmente diversi, quindi è giusto mettere le cose in chiaro. Certo, l'obiettivo di Facebook è stato sempre quello di raggiungere il sito per eccellenza, e il fatto che ultimamente abbia implementato un servizio mail non fa che confermare questa impressione. Ma anche qui la base di partenza è un pochino differente, visto che la mail @Facebook, nell'intento originale, serve per raggruppare tutti i contatti sociali (o finti tali) con il proprio network di amicizie (mentre la mail è nata come servizio "universale", senza limiti, e il servizio mail di Google in questo senso ha colto perfettamente nel segno).   Senza contare che Google è l'espressione libera di una ricerca senza vincoli, mentre quella di Facebook è più settoriale, mirata, intima e personale. Qual è la verità, allora? Da che parte stare? Come intendere Internet nel secondo decennio del nuovo millennio? E soprattutto, l'impressione sempre più condivisa è che Facebook stia andando un po' troppo verso un sovraccarico di informazioni. Dati alla mano, sembra proprio che la gente voglia questo: vedremo se il futuro non si ritorca contro di loro...d'altronde, il troppo stroppia, no?

giovedì 11 giugno 2009

VENGHINO, SIGNORI, VENGHINO!

Puntate le vostre sveglie, signori: in ballo c'è la vostra identità! E' notizia di oggi infatti (come riportato, ad esempio, da Repubblica.it o da Corriere.it) che Facebook abbatterà una nuova frontiera: assegnerà infatti gli URL personalizzati. Scordatevi i vecchi codici incomprensibili associati al vostro profilo: da sabato, alle ore 6 del mattino (ossia la mezzanotte in America) sarà possibile creare il proprio indirizzo Web con nome, cognome o tutto ciò che vi passa per la testa. Si, teoricamente potreste scegliere anche combinazioni del tipo Silvio B. o Obama B., sempre che facciate in tempo a cliccare prima di qualcun altro...di certo, mi piacerebbe scoprire il primo che si registrerà a nome di, che so, Mario Rossi o John Smith...avrà battuto migliaia di omonimi! Si sentirà anche fiero della cosa? Non ci è dato saperlo a meno che non esprima tutta la sua gioia su una bacheca...

Vantaggi? Svantaggi? Di certo ora sarà molto più facile trovare il proprio nome e cognome indicizzato nei motori di ricerca, visto che comparirà questa combinazione anche nella barra degli URL. Aspettate un momento: ma non era stata vietata la possibilità di far comparire le proprie generalità sui motori di ricerca?

E la privacy? Seeeeee, la privacy....

Qui si spiega l'introduzione della novità sul blog ufficiale di FB. Almeno, hanno la decenza di non parlarne in termini rivoluzionari...

lunedì 5 settembre 2011

I'LL TWEET YOU A TALE - NOW GO TO JAIL!

Acquisire informazioni nell'era digitale è forse quanto di più semplice ci possa essere, ammettiamolo. Lo possono fare tutti quelli con un minimo di conoscenza degli strumenti: basta accendere un computer o un cellulare e si entra nel mondo della Rete alla ricerca di notizie, dati, fatti e simili. Certo, poi esiste la ricerca indiscriminata e quella con criterio (merce rara, quest'ultima): credere proprio a tutto quello che passa in Rete non sembra essere scelta saggia, anche perché la cosa va di pari passo con la mania da tweet&post di alcuni (molti) utenti.

Con conseguenze anche gravi: in Messico alcuni utenti Twitter hanno pubblicato false informazioni solo per scherzo, causando il panico tra la popolazione della città di Veracruz. Risultato? Rischiano trenta anni di carcere (un tot di mesi per ognuno dei 140 caratteri disponibili, in pratica). La vicenda ricorda una situazione simile accaduta in Inghilterra, e sempre senza una reale intenzione. Cogito ergo post. Sicuri vada sempre così?

giovedì 3 marzo 2011

LA STIMATA RICERCA

Ogni tanto mi meraviglia la caratura di certi studi scientifici (o presunti tali): se poi questi riguardano il vostro social network preferito, beh, allora la faccenda si fa ancor più particolare (ma non sarebbe il primo studio su Facebook: si trova qualcosa qui ma anche qui). Sentite quest'ultima: Facebook aumenta la self-esteem. Wow, chissà su quale criterio scientifico si basa questa ricerca: sicuramente Facebook avrà ottenuto mega-punteggi in comparazione a - che so - Twitter o Myspace. E invece pare che la scienza abbia tracciato un nuovo confine: sono stati analizzati i livelli di autostima di tre gruppi sottoposti ad un test dopo essere stati di fronte ad un computer. Benissimo: peccato che solo un gruppo avesse la possibilità di navigare tra le pagine del proprio profilo Facebook, mentre un altro gruppo si trovava di fronte allo schermo di un computer spento (sì, SPENTO) mentre altri fortunati si sono ritrovati davanti ad uno specchio collocato davanti allo schermo stesso. Risultato? I livelli di autostima più elevati sono risultati quelli relativi al gruppo che ha navigato sulle pagine FB. Davvero? Non me lo sarei mai aspettato... Facebook tira più di uno schermo spento (notoriamente un'esperienza eccitante) e ad uno specchio che rivela solo chi sei, ma non permette di farti i fatti degli altri. Così è un tantinello facile fare scienza, no? Sembra un po' come una gara tra una Ferrari, un triciclo e una Duna. Secondo voi chi vince?